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mercoledì 30 settembre 2026

Coalizione Tess: «Rinnovabili colonizzate dalle multinazionali» - Terra Nuova

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Liquami inquinanti nei campi bresciani: alle responsabilità penali dell’azienda si sommano quelle di un sistema agrozootecnico malato

Liquami inquinanti nei campi bresciani: alle responsabilità penali dell’azienda si sommano quelle di un sistema agrozootecnico malato:

Legambiente Lombardia: “Ben vengano gli accertamenti giudiziari, ma servono anche politiche per ricondurre l’intera filiera agrozootecnica lombarda sui binari della sostenibilità.”


I Carabinieri del Nucleo Tutela Forestale durante il sequestro preventivo dell’impianto di biogas a Chiari (BS) ph via Giornale di Brescia

Scarica questo comunicato stampa

L’inchiesta che ha portato all’ennesimo sequestro di un impianto biogas a Chiari (BS), che avrebbe spanto liquami con un contenuto in forte eccesso di azoto, squarcia un velo, oltre che sulle responsabilità penali dei gestori dell’impianto, su un sistema malato, quello della agro zootecnia lombarda.

“Al di là delle responsabilità individuali legate alla conduzione dell’impianto, che dovranno essere accertate dalla magistratura e in caso sanzionate, non possiamo astenerci dal constatare come queste condotte si muovano entro un contesto afflitto da un male sistemico,” spiega Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. “La forte concentrazione di capi allevati nella pianura lombarda ha da tempo trasformato una storica specializzazione produttiva in una attività agroindustriale insalubre. Ben vengano gli accertamenti giudiziari, ma servono anche politiche per ricondurre l’intera filiera agrozootecnica lombarda sui binari della sostenibilità.”.

Non può sfuggire che l’elemento inquinante distribuito nei campi del bresciano non sia un veleno, ma, paradossalmente, un nutriente per le piante: l’azoto è infatti il componente minerale di cui tutti gli organismi viventi necessitano per sintetizzare le molecole organiche che compongono tutte le strutture biologiche. Un nutriente talmente prezioso, che gli agricoltori sono abituati a pagarlo, anche molto caro, quando le crisi globali interrompono le filiere di approvvigionamento, considerando che per l’azoto fertilizzante gran parte della produzione avviene in Russia e nei Paesi del Golfo Persico. L’azoto contenuto nell’urea, il principale fertilizzante azotato, oggi viene pagato circa 1500 euro a tonnellata (considerato che per avere una tonnellata di azoto ne occorrono oltre 2 di urea).

Da fondamentale ingrediente della vita, l’azoto diventa però un pericoloso inquinante, quando è impiegato a dosi eccessive rispetto ai fabbisogni delle piante. L’azoto che non viene assorbito dalle coltivazioni si trasforma infatti in sostanze come i nitrati, che inquinano le acque, come l’ammoniaca, che invece è un inquinante atmosferico, o come l’ossido nitroso, un potentissimo gas serra: non è la sostanza in sé ad essere pericolosa, ma il suo dosaggio eccessivo, come osservò 500 anni fa l’alchimista Paracelso.

In natura è improbabile che ci sia un eccesso di azoto, anzi è più frequente il caso contrario. Quando c’è un eccesso di azoto la causa è quasi sempre umana: nel caso della Pianura Padana la causa è nel numero eccessivo di animali concentrati nelle stalle e nei pollai industriali. Troppi animali significa troppo azoto nelle deiezioni, un grosso problema quando i campi disponibili per spanderli non sono sufficienti.

E quando i liquami degli allevamenti finiscono in un digestore per produrre biogas, il problema passa di mano, dagli allevatori al gestore dell’impianto, che dovrebbe adottare soluzioni tecniche per abbassare il contenuto di azoto dell’effluente. Soluzioni che, nel caso in oggetto, non sarebbero state adottate. Ma si comprende facilmente come questi accorgimenti, pur necessari, sono una irrazionalità economica (ed ecologica), non solo perché sono un costo per il gestore, ma perché di fatto servono a distruggere una sostanza utile.

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Smog, l’aria resta malata: Monza la città più critica

Smog, l’aria resta malata: Monza la città più critica:
smog freeweb

L’aria migliora, ma troppo lentamente. E in molte città italiane resta ancora lontana dai livelli indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2024 le concentrazioni di polveri sottili sono diminuite in una parte dei capoluoghi, ma il quadro restituito dai dati Istat continua a raccontare una geografia dell’inquinamento particolarmente difficile, soprattutto nel Nord Italia.

Secondo l’Istat, tra le città dove la situazione risulta più critica c’è anche Monza. Insieme a Brescia, Lodi, Cremona, Verona, Vicenza, Padova e Rovigo, il capoluogo brianzolo rientra tra quelli con concentrazioni superiori a 20 microgrammi per metro cubo di PM2,5 e a 30 microgrammi per metro cubo di PM10.

È il dato che più di ogni altro fotografa la distanza tra la qualità dell’aria registrata nelle città italiane e i valori indicati dall’Oms come riferimento per la tutela della salute.

PM2,5, oltre sette città su dieci sopra il valore Oms

Nel 2024 le concentrazioni medie annue di PM2,5 sono state monitorate in 88 capoluoghi attraverso oltre 170 stazioni. Rispetto al 2023, i valori sono diminuiti in 40 città, rimasti sostanzialmente stabili in 29 e aumentati in 19. Numeri che raccontano dunque un miglioramento, ma non ancora sufficiente. Il valore di riferimento indicato dall’Oms, pari a 10 microgrammi per metro cubo per il PM2,5, è stato infatti superato in 74 degli 88 capoluoghi monitorati: oltre otto città su dieci.

Ancora più ampio il quadro relativo al PM10. Le misurazioni, effettuate in 95 capoluoghi attraverso oltre 260 stazioni, mostrano un miglioramento in 40 città, mentre 16 sono rimaste stabili e 39 hanno registrato un peggioramento.

Il valore di riferimento Oms di 20 microgrammi per metro cubo è stato superato in 75 capoluoghi su 95.

E il Nord continua a essere l’area del Paese maggiormente esposta. Analizzando l’andamento delle medie triennali, la quota dei capoluoghi settentrionali oltre il limite Oms per il PM2,5 rimane superiore al 95 per cento.

Monza nella fascia più critica

È soprattutto la Pianura Padana a concentrare le situazioni più problematiche. Una combinazione di fattori meteorologici e di pressione antropica contribuisce a rendere particolarmente difficile la dispersione degli inquinanti. In questo scenario Monza compare nella fascia dei capoluoghi indicati tra i più critici insieme a Brescia, Lodi e Cremona, oltre alle città venete di Verona, Vicenza, Padova e Rovigo.

Non si tratta soltanto di una questione legata alle polveri sottili. Il quadro dell’inquinamento atmosferico comprende anche il biossido di azoto, un inquinante strettamente legato al consumo di combustibili fossili e, in particolare, al traffico veicolare e al riscaldamento degli edifici.

Il nodo del biossido di azoto

Nel 2024 il monitoraggio dell’NO2 ha interessato 96 capoluoghi e quasi 260 stazioni. Anche in questo caso il dato generale mostra un miglioramento: le concentrazioni sono diminuite in 54 città, rimaste stabili in 15 e aumentate in 27.

Sei grandi città, tuttavia, hanno superato il limite di legge di 40 microgrammi per metro cubo: Torino con 42, Genova con 48, Roma con 44, Napoli con 53, Palermo con 49 e Catania con 42.

Tra le città che hanno invece ridotto le concentrazioni sotto il limite figura Milano, passata da 44 microgrammi nel 2023 a 39 nel 2024. Il calo ha interessato anche Bologna, Firenze e Brescia.

E in estate c’è l’ozono

Quando l’inverno lascia spazio alla stagione calda, cambia anche il volto dell’inquinamento. L’ozono troposferico continua infatti a rappresentare un problema rilevante.

Nel 2024 la quota di capoluoghi con almeno un giorno di superamento dell’obiettivo a lungo termine è leggermente diminuita rispetto all’anno precedente. Ma nel periodo 2015-2024 non è mai scesa sotto l’85 per cento. Nel bacino padano il problema resta particolarmente evidente. Milano ha registrato nel 2024 ben 60 giorni di superamento dell’obiettivo a lungo termine. Più di 50 giorni sono stati registrati anche in altri undici capoluoghi dell’area.

Le criticità non riguardano però esclusivamente il Nord: oltre 25 giorni di superamento sono stati registrati anche a Roma, Terni, Pesaro, Ancona, Macerata, Napoli, Chieti, Potenza ed Enna.

Le limitazioni al traffico non bastano

Nel tentativo di contenere l’inquinamento, nel 2024 sono stati 41 i capoluoghi che hanno adottato misure di limitazione della circolazione dei veicoli. Erano stati 44 l’anno precedente.

In 39 città le restrizioni sono state programmate o preventive, mentre in 19 sono state adottate misure emergenziali. Nella maggior parte dei casi, queste ultime si sono aggiunte ai provvedimenti già previsti. Il dato complessivo restituisce così una fotografia in chiaroscuro: in diverse città le concentrazioni degli inquinanti sono diminuite, ma la qualità dell’aria rimane sopra i valori indicati dall’Oms in una parte molto ampia dei capoluoghi italiani.

E nel cuore della Pianura Padana, Monza continua a trovarsi dentro quella fascia dove il problema dello smog non è ancora un ricordo del passato, ma una presenza quotidiana misurata dalle centraline.

L'articolo Monza, 81enne investita sulle strisce pedonali in via Monte Cervino è stato pubblicato su MBNews.

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